< Back

Blow Up
Ancora altri sei bravi ragazzi provenienti da Varese. Il loro debutto "Singing through the telescope" si insinua appena sottopelle, come un piccolo tatuaggio appare in tutta la sua totale avvenenza.
Colpisce con una decisione sottile, con pallide melodie e refrain che ti risuonano nella testa a fine ascolto. E’ il caso del trittico iniziale "An addition to the family", "On my knees" e "Daylight delight", strutture portanti metalliche che si avvolgono su sé stesse e poi infine si distendono per mostrarsi interamente nel livore con cui sono state cesellate ("Mother make me pray", "Delight Daylight").
Non ci sono etichette, generi particolari che inquadrino il suono degli Encode. Basta ascoltarli semplicemente. E’ rock. Moderno rock del terzo millennio dove confluiscono il blues come il post-punk, strascichi di psichedelica anni ’60 e reiterazioni post. Lo scarto tra melodia e dissonanza è qui gioco interessante, viene innescato con acume, esposto con disinteresse nelle pieghe più pensate del disco. A questo proposito non può non destare effetti conturbanti "Fading here". E’ anche il pezzo che mostra maggiormente le qualità vocali di una ispiratissima Elena Ceci, patrimonio artistico del combo, la crescita del quale dovrà per forza rendere conto alle sue doti per farne un vero e proprio punto di forza. Appena quei sei bravi ragazzi diventino un goccio più cattivelli. Basterebbe davvero poco. (7)

Riccardo Bandiera

Rock-it
Una pillola ti fa più largo, un’altra ti fa più piccolo. E quelle che ti dà la mamma non fanno proprio nulla. Vai a chiederlo agli Encode quando sono alti dieci piedi. Citazione necessaria, con licenza poetica annessa. Sì, perché la versione di “White rabbit”, cult psichedelico dei Jefferson Airplane e contenuta nell’album di esordio degli Encode, è da sballo.
E non è la sola sorpresa di questo “Singing through the telescope”, disco necessario a chi avesse l’intenzione di immergersi - e speriamo siano in tanti - in atmosfere trasudanti psichedelia e allucinazioni collettive, condite da tocchi di post-rock, malinconia latente ed una voce, quella di Elena Ceci, assolutamente affascinante. Tanto per essere chiari sin dall’inizio, siamo di fronte ad un esordio sorprendente, ad un cd che non può non emozionare - a meno che non abbiate qualche etto di prosciutto inserito nelle orecchie.
Cos’hanno fatto gli Encode per meritarsi questa ‘scartavetrata’ di complimenti? Beh, in fondo, niente che sia davvero eccezionale. Ma, chissà, il loro segreto è proprio questo: con in testa la lezione di tanti cattivi maestri, a cominciare da un certo Syd Barrett fino a prendere ripetizioni dai Mogwai e dalla scena scozzese, i varesini hanno ibridato le loro fondamenta pop con atmosfere dilatate e notturne, rendendo la propria proposta interessante grazie ad un massiccio uso di pastiglie al sapore di peyote. I riferimenti a stati di alterazione vari non devono sorprendere, perché gli Encode mettono subito le cose in chiaro, buttando giù una crepuscolare “An addiction to the family” (che sembra scritta apposta per accompagnare l’iniziazione all’esperienza lisergica) proseguendo sulla stessa falsa riga con “On my kness” e “Vanished” (dalle istanze propriamente post-rock), a cui fa seguito l’incubo di “Daylight delight”, fino a ricordare il noise dei Sonic Youth (“Baretta” e, a tratti, “Before I wake”) e addirittura gli Smashing Pumpkins (quelli di “Adore”) in “Delight daylight”, non dimenticando l’uso discreto dell’elettronica (come in “Abatement”, dove i Portishead bussano prepotentemente alla porta). “Unsubstanzial love” è la fatica finale, ennesimo tentativo di arricchire di schizzi psichedelici un disco ispirato, nel quale sembra funzionare tutto, dove persino cantare attraverso un telescopio potrebbe diventare una possibilità eccitante.
Teniamoceli stretti gli Encode, ultimi ‘pusher’ di una musica che consumare in modica quantità equivarrebbe ad un reato.

Giuseppe Catani

Kalporz
La Ghost Records di Varese si è via via imposta come una delle etichette indipendenti più interessanti emerse negli ultimi anni. A confermarlo ecco l'esordio degli Encode, nuova formazione ad emergere dalla scena di Varese dopo Bartòk, Midwest e Mr. Henry.Il loro "Singing Through The Telescope" è un disco ostico e nervoso sulla scia dei Sonic Youth più disturbati. La voce femminile e i sinistri intrecci delle chitarre trasmettono una sensazione di sottile follia, un po' come succede tra le pieghe di "Evol" di Kim Gordon e soci. Non stupisce quindi di incontrare episodi come l'iniziale "An addition to the family", "Daylight Delight" con l'ottima apertura melodica del ritornello, o ancora "Baretta", vicino a certe atmosfere care agli Uzeda, e "Before I Wake", un ricordo degli Unwound. Sono brani ruvidi, in cui affiora una rabbia trattenuta, sempre sul punto di esplodere, e una sottile nevrosi di fondo che percorre i brani dall'inizio alla fine. Né sorprende che compaia una ballata scheletrica come "Delight Daylight", affidata a pochi scarni accordi di piano per evocare scene di solitudine.Le pagine più personali arrivano quando gli Encode trovano una scrittura più diretta e compongono canzoni che lasciano maggior spazio alle melodia. La scintillante "Unsubstantial Love", posta in chiusura del disco, e poi "Vanished" e "Fading Here", sono armonie aspre e vellutate in cui chitarre e voce si sposano alla perfezione. E poi "Mother make me pray" e "Abatament", canzoni compiute che lambiscono certe inquietudini care ai Portishead, regalando grandi emozioni. Così come appare convincente una rilettura spigolosa della celebre "White Rabbit" dei Jefferson Airplane. Un esordio solido quindi, con alcuni spunti notevoli. In attesa di una conferma.

M&R

News
Prosegue l'eccellente lavoro della Ghost, etichetta/faro di Varese incaricata di testimoniare l'eclettismo e la prolificità della scena cittadina. E' il turno degli Encode, quintetto caratterizzato dalla voce di Elena Ceci e da una cifra sonora che bilancia trame chitarristiche (quasi) psichedeliche con geometrie post-rock. Attenzione, l'insieme delle coordinate non ci porta però verso i lidi ambient di casa Constellation, quanto piuttosto tra le venature notturne di band quali Run On (compianti) e Sonora Pine. Seppur le canzoni non poggino su basi scontate hanno nell'immediata fruibilità di certi arrangiamenti malinconici l'arma migliore. Si prendano 'On My Knees', rilassata e sexy e 'Fading Here', dalla colta struttura "aperta" ad esempio, ma non si sottovalutino la melodia affidata al pianoforte di 'Delight Daylight' e gli spigoli di derivazione Slint di 'Before I Wake'. Qualche sforbiciata sul minutaggio e il mirino ben puntato sulle canzoni e in futuro avremo un nome sicuro su cui puntare.

Maurizio Blatto

IDBOX
Dopo una presenza all’interno della compilation “Ghost Town: 13 songs from…”, arriva la prima prova sulla lunga distanza dei varesini Encode, i quali decidono di sorprendere tutti con questo torrido concentrato di emozionalità primigenia, dal titolo “Singing Through The Telescope”.
La reincarnazione latina dei Mogwai? Il riaggiornamento blues degli Unwound? Oppure la miglior band italiana in circolazione? Non serve tirare fuori il solito, sterile gioco della citazione: basta prendere un telescopio, puntarlo fuori dalla finestra e cercare un gruppo con la stessa creatività degli Encode. Nonostante gli sforzi, la lente verrà attratta inesorabilmente dalla voce - drammatica, sofferta, catartica - di Elena Ceci, la cantate di questa strepitosa band. Il suono di questo disco è ricco di sfaccettature, come se i musicisti riuscissero a dare la propria impronta a ogni singola nota dei brani. E allora le labbra trattengono a fatica parole di elogio che davvero sono meritate: ogni canzone diventa un viaggio carico di tensione e malinconia, fra il caos di “Baretta” e la quiete di “On My Knees”, passando per l’energia di “Daylight Delight” e per le suggestioni trip-hop di “Abatement”. Quando, a sigillo di un disco meraviglioso, arriva “Unsubstantial Love” con tutto il suo carico di scintillante emozionalità, diventa automatico prendere quel telescopio e buttarlo via. Non c’è bisogno di cercare altrove. Abbiamo un piccolo tesoro fra le mani.

Manfredi Lamartina

Kronic
I meno distratti di voi ricorderanno “Ghost Town-13 Songs from the Lakes Country”, esordio della Ghosts Records, in cui Varese, quantomeno da un punto di vista musicale, mostrava di poter essere tutto eccetto una città fantasma. Gli Encode erano fra le formazioni protagoniste di quella compilation ed oggi li troviamo alle prese con il primo “vero” album, “Singing The Through Telescope”. Esordio sulla lunga distanza e meno male che ci è stato detto, altrimenti mai lo avremmo pensato. Dell’opera prima si notano solo aspetti in teoria positivi, come una freschezza genetica ed una lucida inconsapevolezza nel voler offrire tutte le tinte disponibili sulla loro tavolozza. Spesso una scernita è auspicabile, ma non è questo il caso. Cosa fanno gli Encode? Sintetizzando potremmo parlare di un indie rock cupo che in maniera velata tenta di addentrarsi in territori post (Unwound? Sonna?) e in zone limitrofe (Calla con diversa impostazione al dramma?), ma sarebbe limitativo catalogarli con una semplice etichetta. Improvvise esplosioni, medio-lunghe pause cerebrali, derive caotiche ricche di tensione, scelte strumentali grezzo/melodiche su cui la voce di Elena Ceci diffonde una sofferenza d’altri tempi, figlia di una femminilità tipica dell’underground statunitense. “Deylight Daylight” e “Daylight Deylight”, trattenuta violenza sonora nella prima, voce e piano nella seconda, sembrano una sorta di manifesto del gruppo: un orgia di sensazioni opposte destinate ad incontrarsi inevitabilmente. Immaginiamo in un luogo oscuro. Una maturità rara nel panorama italiano. Augurandoci che non compaia mai il timore di esagerare. Rinunciare ad una sola sfumatura sarebbe peccato gravissimo.

Marco Del soldato

Rockerilla
Un altro meraviglioso lavoro targato Ghost Records. Per chi ha sentito in concerto gli Encode, il loro esordio discografico suscita profonda sorpresa. Quello che infatti era parso un sestetto orientato ad agre e sognanti atmosfere alla Jefferson Airplane, svela in Singing through the telescope una natura più ispida, un suono che pur restan­do corposo si apre in slabbrature e veri e propri squarci, riflette un approccio a un tempo più violento, fisico e intellettuale. Squisitamente art-rock, gli Encode assumo­no la lezione chitarristica dei Sonic Youth, proiettandola però in un contesto melodi­co meno stressato, in cui la musica conosce anche abbandoni e planate, non preclu­dendosi passaggi psichedelici e visionari. Di più, gli Encode come i Bartòk segnano l'av­vento di una maniera nuova di fare rock in Italia. Che non si cura affatto di andare incontro al gusto del nostro pubblico. E che anzi sceglie sfrontatamente la via della ricerca, della forza espressiva e dell'inten­sità. Non amano il gioco né l'azzardo, gli Encode. Non c'è una sola nota di quest'al­bum che suoni falsa o ricercata. Scabroso, dunque generoso.

Andrea Dusio

SuccoAcido
Ecco un altro album made in Italy di cui andare fieri, ecco un’altra band italiana di sicuro talento e con le idee già abbastanza chiare. Musica vivace ed attuale, che riunisce nelle dodici tracce sia una componente più intimista, tipica di certo post rock e new prog contemporanei (“an addition to the family”, “fading here”, “unsubstantial love”), sia le frenetiche sonorità del noise newyorkese di matrice Sonic Youth e dell’elettro pop rock di scuola Flaming Lips (“daylight delight”, “baretta”, “bifore”).
Musica che non dimentica di lasciar trasparire le sue radici più antiche, come testimonia la cover di “white rabbit” dei Jefferson Airplane, riletta ed arricchita di venature psico-rock.
La bella voce di Elena Ceci, un misto, per stile e qualità canore, fra Patty Smith, Chan Marshall e Dolores O’Riordan Burton, non fa altro che aggiungere un sapore pop cantautorale tutto femminile ed impreziosire un pavimento ritmico/melodico di ottima fattura, dove nulla sembra lasciato al caso eppure ogni pezzo suona fluente ed orecchiabile, scevro da geometriche spigolature preconfezionate.
Davvero azzeccati e non forzati, infine, gli interventi di violino, piano sinth e tastiere elettroniche in alcuni pezzi (“mother make me pray”, “delight daylight”, “abatement”, in particolare), episodi che contribuiscono ulteriormente a sottolineare l’ottima vena compositiva che caratterizza questo esordio degli Encode.

Roberto Baldi

Il Mucchio
Muovendosi saggiamente con lentezza onde evitare eccessi produttivi che potrebbero penalizzarne la meritoria opera, la Ghost Records continua ad allargare la visuale sulla “scena di Varese”, interessantissimo microcosmo sul quale la raccolta “Ghost town: 13 songs from the lakes county” aveva un anno e mezzo fa offerto una prima significativa panoramica. Proprio in quel disco avevamo avuto l’occasione di conoscere gli Encode, che ora forniscono un saggio ben più ampio ed esauriente delle loro capacità con un album dal titolo suggestivo e in un certo senso anche indicativo della loro indole espressiva: dodici brani per un totale di circa cinquanta minuti di musica magnetica ed avvolgente, sorta di incrocio tra classico indie rock all’americana e psichedelia non eccessivamente visionaria al quale il canto (in inglese) di Elena Ceci conferisce un aspetto ancor più intrigante.
Per lo più soffici, ma non del tutto prive di azzeccate spigolosità, le canzoni del quintetto si snodano dunque in un efficace susseguirsi di sonorità calde e abbastanza fosche - ma certo profondamente appassionate, al di là dell’aria di apparente distacco – che denotano discrete capacità di scrittura, una buona verve di arrangiamento e una personalità in via di sviluppo.
Doti preziose, che consentono alla band persino di uscire a testa alta dall’interpretazione di un pezzo “difficile” come il glorioso “White rabbit” dei Jefferson Airplane.

Federico Guglielmi

Buscadero
Sembra proprio che i ragazzi della Ghost Records di Varese vogliano continuare a stupirci. Abbiamo ancora nelle orecchie l'eco del nuovo Bartok e del debutto di Mister Henry (vedi Busca 247) che ora è il turno di un nuovo esordio, quello degli Encode. Band attiva dal 2000, nata dall'incontro di musicisti gia attivi con altra band (Nastenka, Frozen Fracture, Enter K) gli Encode si era già fatti conoscere con Fading Here, pezzo presente sulla compilation Ghost Town, ma giungono solo ora all'esordio adulto. Con un suono che si appoggia alle chitarre di Matteo Laudati e Andrea Monaci (ma che comprende anche violino; piano e piccole dosi di elettronica) e sulla bella voce di Elena Ceci, gli Encode sono autori di un rock memore della lezione post, ma lì non semplicemente ancorata ed anzi venato di un discreto afflato psichedelico e da una propensione per la melodia, che se non li fa pop, rende comunque legati ad un bella idea di canzone. Fin dall'iniziale An Addition To The Family, passando per le evocative atmosfere della citata Fading Here, è tutto un susseguirsi di intrecci strumentali dall'indubbio fascino, naturalmente accresciuti dall'ammaliante cantato femminile. A volte i ritmi si fanno più incalzanti come in Baretta, altre volte è l'aspetto pop che ha il sopravvento (Vanished), altre ancora assume quasi le forme di un'acco rata torch song cantautorale (Mother Make Me Pray) o della ballad pianistica (Delight Daylight). Pur non evitando qualche invettiva elettrica il sound del gruppo si assesta nei territori di una canzone malinconica e dai toni avvolgenti. In scaletta è presente anche una cover dei Jefferson Airplane (la storica White Rabbit), a dire il vero non imprescindibile. Un bell'esordio e l'ennesima sorpresa dalla scena di Varese.
I n coda alla recensione del disco degli Encode vi segnalo anche il demo di un'altra band varesina, anch'essa presente nella famosa compilation, e che vede tra i suoi componenti Matteo Laudati, qui nel ruolo di bassista. Si tratta dei Buio Omega, band dedita ad un suono più orientato verso il post punk
E alle dissonanze chitarristiche. Nel loro CDr propongono due graffianti brani di cui uno, su testo di Sylvia Plath, intitolato I’m vertical, è ottimo biglietto da visita per il gruppo, col suo drammatico crescendo e col cantato sgraziato ma molto efficace di Luigi a dare lustro al pezzo.

Lino Brunetti

Jam
Spesso capita che la musica per poter andare avanti debba guardar­si indietro, scavare nella storia e attingere da quella la propria linfa vitale. Ascoltando questo primo disco degli Encode, band nata nel­l'autunno del 2000 coagulando ele­menti provenienti da diverse forma­zioni (Nastenka, Frozen Fracture-ed Enter K), pare di ascoltare un classi­co disco post: post rock, post new wave e post psichedelica. Non lo nascondono, gli Encode, anzi, talvolta dichiarano apertamen­te di attingere da ciò che è già acca­duto, come nella acidula versione della mitica White Rabbit dei Jefferson Airplane. Eppure il suono è nuovo, una sorta di new dark, oscuro ma non così nero, grazie soprattutto alla voce di Elena Ceci, tra le ultime entrate nel gruppo. È un suono miscelato, a tratti anche soul, con un groove caldo che riesce a diradare la penombra nella quale il disco è immerso. Penombra spesso turbata da scatti di aggressività, come nella potente Before 1 Wake, che ondeggia tra mugugni di chitar­ra e pause di riflessione. Delicata -e deliziosa - è Abatement, languida ninna nanna che permette di apprezzare la bella voce della Ceci. Il suono a volte si dilata fino quasi a diventare una liquida suite prog, come nell'iniziale An Addition To The Family, poi si riprende di scatto e ritorna gonfio, con chitarre, violino e base ritmica a pieno regime. Non mancano fraseggi raffinati - On My Knees - che infondono una certa grazia a canzoni comunque costruite a partire da una chiara struttura melodica, talvolta nascosta da evi­denti e dispettose dissonanze.
Voto: 7
Perché: è un gruppo che pesca nel passato ma guarda avanti, miscelan­do suoni post con l'entusiasmo di chi sta partendo per un lungo viag­gio. Con una marcia in più: la voce di Elena Ceci.

Ricky Barone

Rock Sound
Siamo davvero felici di constatare come una piccola etichetta, la Ghost Records, stia rapidamente diventando un punto di riferimento della scena underground tricolore, anche grazie a uscite interessanti e, soprattutto, alla politica dei piccoli passi. Così, dopo Bartok e Mr. Henry, oltre alla compilation che aveva dato inizio a tutto, ecco gli Encode, ennesima band varesina a debuttare su lunga distanza. E che debutto! Dodici pezzi eccellenti, guidati da chitarre dal sapore indie o college rock e da una gran bella voce femminile e che ci ricordano certe atmosfere alla Television. Una cappa plumbea e dark dona a "Singing through the telescope" un'aria a volte malsana, come nel caso della suadente cover di "White rabbit" dei Jefferson Airplane, spogliata del suo fascino psichedelico. Non mancano ballate chitarristiche più corpose ("On my knees", la bella "Daylight delight") a completare un debutto davvero coi fiocchi e che si merita sul serio un voto alto di incoraggiamento. Con la Ghost, l'appuntamento è a gennaio per un altro primo passo, quello dei giovanissimi Merci Miss Monroe.

Stefano Gilardino

Rumore
Che sul lago di Varese si produca buona musica in quantità non ci sono dubbi. Merito della piccola factory che si è creata, tra musi­cisti e addetti ai lavori, attorno alla Ghost Records, che pubbli­ca, ultimo della serie, l'esordio degli Encode. Dopo due anni di esperimenti sonori e l'introdu­zione delle parti vocali la band ha raccolto le forze per "cantare attraverso il telescopio" e sentire che effetti produce. Il punto di "codifica" iniziale - intreccio tra psichedelia (nella tracklist com­pare anche una cover di White Rabbit dei Jefferson Airplane), "gioventù sonica", no-wave e post-rock - è derivativo e "d'im­portazione", ma ogni traccia rie­sce a nascondere spigoli o trap­pole sonore inattese. Di approc­cio affine ai One Dimensional Man - non a caso il disco è stato lavorato da Gianluca Turrini, fonico ODM - laddove i veneti avrebbero spinto sull'accelerato­re, i varesini preferiscono tirare il freno, rifugiandosi in chitarre narcolettiche o atmosfere più tenui, come in Fading Tree, Aba­tement e Unsubstantial Love.

Stefano Milano

Music Boom
Difficile ascoltare Singing Through The Telescope senza che alla mente affiorino una serie di immagini, quelle, e non altre. Non che questo lavoro degli Encode non lasci spazio alla fantasia, ma perché il flusso che scorre dalle note dei dodici episodi contenuti nell’album tende a trasportare via l’ascoltatore in un rivolo abbastanza potente di sentimenti oscuri, come in un gorgo che fa arrivare giù in profondità. Nulla di male. Anzi, molto di guadagnato visto che ad esser superficiali ci vuol cosi poco.
Gli Encode sono Matteo Laudati, Andrea Monaci, Marcello Diurni, Marco Sessa, Andrea Cajelli e Elena Ceci, nascono nel 2000 con una line up un po’ diversa da quella attuale che non comprendeva la presenza della voce di Elena e di sintetizzatori ed elettronica. Singing Through The Telescope è l’esordio dei sei dopo la partecipazione alla compilation Ghost Town curata dalla Ghost Records con la quale la band è tuttora legata per la realizzazione di questo cd.
Gli Encode si insinuano in uno spazio sottile lasciato libero da altri. Avvalendosi dell’equilibrio tra robustezza di alcune parti e delicatezza di altre si assestano tra le coordinate di un post-rock dilatato e quelle di uno spleen di matrice più semplicemente rock. In Italia lo stesso cantuccio è forse condiviso con gli Abarthjour Floreale che, oltre all’attitudine, hanno in comune con gli Encode la fascinosa e sinuosa voce femminile. Tumulti interni sedati e trattenuti in An Addition To The Family, reiterazioni ipnotiche e ritmi cadenzati in On My Knees, i Mogwai di Like Herod nascosti nella manica in Before I Wake, la dolcezza fatta canzone di Abatement e Delight Daylight. Tutto questo è Singing Through The Telescope, un album che nonostante il bisogno di qualche accorgimento in più in fase di produzione dei suoni -che forse richiederebbero di esser maggiormente caratterizzati tra un brano e l’altro- e con qualche episodio in meno che diluisce un po’ troppo il tutto, rimane comunque un buonissimo lavoro che ci piace ascoltare di notte perché concilia l’introspezione.

Beatrice Finauro

Music Club
Ancora belle sorprese dalle etichette presenti al M.E.I. di quest’anno. Gli Encode, recente proposta della Ghost Records, ammaliano con atmosfere stavolta decisamente oscure, tra il dream pop dei Broadcast, e le sofisticate favole dei Cranes. Basta ascoltare la trascinante “Daylight Delight” per perdersi in suggestioni che rimandano ad una generazione di musicisti come i Cocteau Twins e i This Mortal Coil, perle della londinese 4AD e che finiscono, inevitabilmente, con lo smentire un titolo che allude alla luce, ma in questo caso, indirettamente, alla mancanza di essa. La voce di Elena Ceci sottolinea con tocco delicato lo snodarsi di melodie tese alla reiterazione ed all’espansione onirica, particolarmente sensuale e convincente in “Fading Here”. Questa degli Encode è una prova molto positiva, nell’apparente semplicità di brani che si arricchiscono con sapienti sottolineature di violino (“Mother Make Me Pray”), in una gamma di espressione oscillante tra il sussurrato ed il noise, passando per l’interpretazione vocale classica e confidenziale di “Unsubstantial Love”. Un lavoro curato e di sicuro interesse, se non altro per tutti quelli che hanno amato certe produzioni degli anni Ottanta e pensano che lasciarsi cullare da una voce calda e triste sia un bel modo per passare il pomeriggio a sognare.

Manuela Bua

Delusion of Adequacy
My first listen through Encode’s release Singing Through the Telescope started off pretty nicely. Female-fronted band, with Kristin Hersh vocal quality, but with a mainstream Gwen Stefani meets PJ Harvey smoothness; so I was thinking. Then I hit track nine, which started with a disturbance in the Force, and ended with a full-on Jedi massacre – a cover of Jefferson Airplane’s “White Rabbit.” What did I do in my life to disserve that? It’s not even a front to Encode, but in my eyes, Jefferson Starship has erased, and even negative-fied, anything the Airplane had ever accomplished.
After immediately stopping the CD player and regaining my composer a couple days later, I thought maybe the CD info might offer some insight. Encode, as I discovered, hale from Varese, Italy, and is on the equally Italian label Ghost Records. This actually explains things a bit, because up to “White Rabbit,” there was an underlying strangeness that I couldn’t but my finger on. Kind of like listening to Bjork for the first time. You know you like it, but, for lack of a better word, there’s a foreignness that you just can’t figure out.
There’s such a weird blend of simplisticness to Encode’s songs, yet with an underpinning of complexity that pops up constantly: from pauses, speed up/slow downs, and the floating in of keyboards and violin. Vocalist Elena Ceci going from singing to speaking, and vocals are doubled up here and there, all with a slightly exaggerated enunciation.
For the most part, the songs on Singing Through the Telescope feature a seductive mellowness. “Delight Daylight” is so sparse that it’s basically just vocals and piano. I’m a sucker for the mellow to driving tempo formula, so I was into “An Addition to the Family” and “Before I Wake,” which features a distant and distorted, mumbled vocal track from chitarra (aka, guitar) player Matteo Laudati. “Vanished” is a nice one that could appeal to the masses, and “Baretta” must blow away any crowd when Encode un-holster it for live play.
So don’t be surprised the next time you’re tuning into your favorite station, or even at the club, and you feel a boot kick you in the ass. That’ll just be your first taste of the Italian Invasion, which could very well be lead by Ms. Ceci and the rest of Encode.
Ciao, Baby!


Frank Bridges