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Blow Up
Ancora altri sei bravi ragazzi provenienti da Varese. Il loro debutto
"Singing through the telescope" si insinua appena sottopelle,
come un piccolo tatuaggio appare in tutta la sua totale avvenenza.
Colpisce con una decisione sottile, con pallide melodie e refrain che
ti risuonano nella testa a fine ascolto. E’ il caso del trittico
iniziale "An addition to the family", "On my knees"
e "Daylight delight", strutture portanti metalliche che si avvolgono
su sé stesse e poi infine si distendono per mostrarsi interamente
nel livore con cui sono state cesellate ("Mother make me pray",
"Delight Daylight").
Non ci sono etichette, generi particolari che inquadrino il suono degli
Encode. Basta ascoltarli semplicemente. E’ rock. Moderno rock del
terzo millennio dove confluiscono il blues come il post-punk, strascichi
di psichedelica anni ’60 e reiterazioni post. Lo scarto tra melodia
e dissonanza è qui gioco interessante, viene innescato con acume,
esposto con disinteresse nelle pieghe più pensate del disco. A
questo proposito non può non destare effetti conturbanti "Fading
here". E’ anche il pezzo che mostra maggiormente le qualità
vocali di una ispiratissima Elena Ceci, patrimonio artistico del combo,
la crescita del quale dovrà per forza rendere conto alle sue doti
per farne un vero e proprio punto di forza. Appena quei sei bravi ragazzi
diventino un goccio più cattivelli. Basterebbe davvero poco. (7)
Riccardo Bandiera
Rock-it
Una pillola ti fa più largo, un’altra ti fa più piccolo.
E quelle che ti dà la mamma non fanno proprio nulla. Vai a chiederlo
agli Encode quando sono alti dieci piedi. Citazione necessaria, con licenza
poetica annessa. Sì, perché la versione di “White
rabbit”, cult psichedelico dei Jefferson Airplane e contenuta nell’album
di esordio degli Encode, è da sballo.
E non è la sola sorpresa di questo “Singing through the telescope”,
disco necessario a chi avesse l’intenzione di immergersi - e speriamo
siano in tanti - in atmosfere trasudanti psichedelia e allucinazioni collettive,
condite da tocchi di post-rock, malinconia latente ed una voce, quella
di Elena Ceci, assolutamente affascinante. Tanto per essere chiari sin
dall’inizio, siamo di fronte ad un esordio sorprendente, ad un cd
che non può non emozionare - a meno che non abbiate qualche etto
di prosciutto inserito nelle orecchie.
Cos’hanno fatto gli Encode per meritarsi questa ‘scartavetrata’
di complimenti? Beh, in fondo, niente che sia davvero eccezionale. Ma,
chissà, il loro segreto è proprio questo: con in testa la
lezione di tanti cattivi maestri, a cominciare da un certo Syd Barrett
fino a prendere ripetizioni dai Mogwai e dalla scena scozzese, i varesini
hanno ibridato le loro fondamenta pop con atmosfere dilatate e notturne,
rendendo la propria proposta interessante grazie ad un massiccio uso di
pastiglie al sapore di peyote. I riferimenti a stati di alterazione vari
non devono sorprendere, perché gli Encode mettono subito le cose
in chiaro, buttando giù una crepuscolare “An addiction to
the family” (che sembra scritta apposta per accompagnare l’iniziazione
all’esperienza lisergica) proseguendo sulla stessa falsa riga con
“On my kness” e “Vanished” (dalle istanze propriamente
post-rock), a cui fa seguito l’incubo di “Daylight delight”,
fino a ricordare il noise dei Sonic Youth (“Baretta” e, a
tratti, “Before I wake”) e addirittura gli Smashing Pumpkins
(quelli di “Adore”) in “Delight daylight”, non
dimenticando l’uso discreto dell’elettronica (come in “Abatement”,
dove i Portishead bussano prepotentemente alla porta). “Unsubstanzial
love” è la fatica finale, ennesimo tentativo di arricchire
di schizzi psichedelici un disco ispirato, nel quale sembra funzionare
tutto, dove persino cantare attraverso un telescopio potrebbe diventare
una possibilità eccitante.
Teniamoceli stretti gli Encode, ultimi ‘pusher’ di una musica
che consumare in modica quantità equivarrebbe ad un reato.
Giuseppe Catani
Kalporz
La Ghost Records di Varese si è via via imposta come una delle
etichette indipendenti più interessanti emerse negli ultimi anni.
A confermarlo ecco l'esordio degli Encode, nuova formazione ad emergere
dalla scena di Varese dopo Bartòk, Midwest e Mr. Henry.Il loro
"Singing Through The Telescope" è un disco ostico e nervoso
sulla scia dei Sonic Youth più disturbati. La voce femminile e
i sinistri intrecci delle chitarre trasmettono una sensazione di sottile
follia, un po' come succede tra le pieghe di "Evol" di Kim Gordon
e soci. Non stupisce quindi di incontrare episodi come l'iniziale "An
addition to the family", "Daylight Delight" con l'ottima
apertura melodica del ritornello, o ancora "Baretta", vicino
a certe atmosfere care agli Uzeda, e "Before I Wake", un ricordo
degli Unwound. Sono brani ruvidi, in cui affiora una rabbia trattenuta,
sempre sul punto di esplodere, e una sottile nevrosi di fondo che percorre
i brani dall'inizio alla fine. Né sorprende che compaia una ballata
scheletrica come "Delight Daylight", affidata a pochi scarni
accordi di piano per evocare scene di solitudine.Le pagine più
personali arrivano quando gli Encode trovano una scrittura più
diretta e compongono canzoni che lasciano maggior spazio alle melodia.
La scintillante "Unsubstantial Love", posta in chiusura del
disco, e poi "Vanished" e "Fading Here", sono armonie
aspre e vellutate in cui chitarre e voce si sposano alla perfezione. E
poi "Mother make me pray" e "Abatament", canzoni compiute
che lambiscono certe inquietudini care ai Portishead, regalando grandi
emozioni. Così come appare convincente una rilettura spigolosa
della celebre "White Rabbit" dei Jefferson Airplane. Un esordio
solido quindi, con alcuni spunti notevoli. In attesa di una conferma.
M&R
News
Prosegue l'eccellente lavoro della Ghost, etichetta/faro di Varese incaricata
di testimoniare l'eclettismo e la prolificità della scena cittadina.
E' il turno degli Encode, quintetto caratterizzato dalla voce di Elena
Ceci e da una cifra sonora che bilancia trame chitarristiche (quasi) psichedeliche
con geometrie post-rock. Attenzione, l'insieme delle coordinate non ci
porta però verso i lidi ambient di casa Constellation, quanto piuttosto
tra le venature notturne di band quali Run On (compianti) e Sonora Pine.
Seppur le canzoni non poggino su basi scontate hanno nell'immediata fruibilità
di certi arrangiamenti malinconici l'arma migliore. Si prendano 'On My
Knees', rilassata e sexy e 'Fading Here', dalla colta struttura "aperta"
ad esempio, ma non si sottovalutino la melodia affidata al pianoforte
di 'Delight Daylight' e gli spigoli di derivazione Slint di 'Before I
Wake'. Qualche sforbiciata sul minutaggio e il mirino ben puntato sulle
canzoni e in futuro avremo un nome sicuro su cui puntare.
Maurizio Blatto
IDBOX
Dopo una presenza all’interno della compilation “Ghost Town:
13 songs from…”, arriva la prima prova sulla lunga distanza
dei varesini Encode, i quali decidono di sorprendere tutti con questo
torrido concentrato di emozionalità primigenia, dal titolo “Singing
Through The Telescope”.
La reincarnazione latina dei Mogwai? Il riaggiornamento blues degli Unwound?
Oppure la miglior band italiana in circolazione? Non serve tirare fuori
il solito, sterile gioco della citazione: basta prendere un telescopio,
puntarlo fuori dalla finestra e cercare un gruppo con la stessa creatività
degli Encode. Nonostante gli sforzi, la lente verrà attratta inesorabilmente
dalla voce - drammatica, sofferta, catartica - di Elena Ceci, la cantate
di questa strepitosa band. Il suono di questo disco è ricco di
sfaccettature, come se i musicisti riuscissero a dare la propria impronta
a ogni singola nota dei brani. E allora le labbra trattengono a fatica
parole di elogio che davvero sono meritate: ogni canzone diventa un viaggio
carico di tensione e malinconia, fra il caos di “Baretta”
e la quiete di “On My Knees”, passando per l’energia
di “Daylight Delight” e per le suggestioni trip-hop di “Abatement”.
Quando, a sigillo di un disco meraviglioso, arriva “Unsubstantial
Love” con tutto il suo carico di scintillante emozionalità,
diventa automatico prendere quel telescopio e buttarlo via. Non c’è
bisogno di cercare altrove. Abbiamo un piccolo tesoro fra le mani.
Manfredi Lamartina
Kronic
I meno distratti di voi ricorderanno “Ghost Town-13 Songs from the
Lakes Country”, esordio della Ghosts Records, in cui Varese, quantomeno
da un punto di vista musicale, mostrava di poter essere tutto eccetto
una città fantasma. Gli Encode erano fra le formazioni protagoniste
di quella compilation ed oggi li troviamo alle prese con il primo “vero”
album, “Singing The Through Telescope”. Esordio sulla lunga
distanza e meno male che ci è stato detto, altrimenti mai lo avremmo
pensato. Dell’opera prima si notano solo aspetti in teoria positivi,
come una freschezza genetica ed una lucida inconsapevolezza nel voler
offrire tutte le tinte disponibili sulla loro tavolozza. Spesso una scernita
è auspicabile, ma non è questo il caso. Cosa fanno gli Encode?
Sintetizzando potremmo parlare di un indie rock cupo che in maniera velata
tenta di addentrarsi in territori post (Unwound? Sonna?) e in zone limitrofe
(Calla con diversa impostazione al dramma?), ma sarebbe limitativo catalogarli
con una semplice etichetta. Improvvise esplosioni, medio-lunghe pause
cerebrali, derive caotiche ricche di tensione, scelte strumentali grezzo/melodiche
su cui la voce di Elena Ceci diffonde una sofferenza d’altri tempi,
figlia di una femminilità tipica dell’underground statunitense.
“Deylight Daylight” e “Daylight Deylight”, trattenuta
violenza sonora nella prima, voce e piano nella seconda, sembrano una
sorta di manifesto del gruppo: un orgia di sensazioni opposte destinate
ad incontrarsi inevitabilmente. Immaginiamo in un luogo oscuro. Una maturità
rara nel panorama italiano. Augurandoci che non compaia mai il timore
di esagerare. Rinunciare ad una sola sfumatura sarebbe peccato gravissimo.
Marco Del soldato
Rockerilla
Un altro meraviglioso lavoro targato Ghost Records. Per chi ha sentito
in concerto gli Encode, il loro esordio discografico suscita profonda
sorpresa. Quello che infatti era parso un sestetto orientato ad agre e
sognanti atmosfere alla Jefferson Airplane, svela in Singing through the
telescope una natura più ispida, un suono che pur restando
corposo si apre in slabbrature e veri e propri squarci, riflette un approccio
a un tempo più violento, fisico e intellettuale. Squisitamente
art-rock, gli Encode assumono la lezione chitarristica dei Sonic
Youth, proiettandola però in un contesto melodico meno stressato,
in cui la musica conosce anche abbandoni e planate, non precludendosi
passaggi psichedelici e visionari. Di più, gli Encode come i Bartòk
segnano l'avvento di una maniera nuova di fare rock in Italia. Che
non si cura affatto di andare incontro al gusto del nostro pubblico. E
che anzi sceglie sfrontatamente la via della ricerca, della forza espressiva
e dell'intensità. Non amano il gioco né l'azzardo,
gli Encode. Non c'è una sola nota di quest'album che suoni
falsa o ricercata. Scabroso, dunque generoso.
Andrea Dusio
SuccoAcido
Ecco un altro album made in Italy di cui andare fieri, ecco un’altra
band italiana di sicuro talento e con le idee già abbastanza chiare.
Musica vivace ed attuale, che riunisce nelle dodici tracce sia una componente
più intimista, tipica di certo post rock e new prog contemporanei
(“an addition to the family”, “fading here”, “unsubstantial
love”), sia le frenetiche sonorità del noise newyorkese di
matrice Sonic Youth e dell’elettro pop rock di scuola Flaming Lips
(“daylight delight”, “baretta”, “bifore”).
Musica che non dimentica di lasciar trasparire le sue radici più
antiche, come testimonia la cover di “white rabbit” dei Jefferson
Airplane, riletta ed arricchita di venature psico-rock.
La bella voce di Elena Ceci, un misto, per stile e qualità canore,
fra Patty Smith, Chan Marshall e Dolores O’Riordan Burton, non fa
altro che aggiungere un sapore pop cantautorale tutto femminile ed impreziosire
un pavimento ritmico/melodico di ottima fattura, dove nulla sembra lasciato
al caso eppure ogni pezzo suona fluente ed orecchiabile, scevro da geometriche
spigolature preconfezionate.
Davvero azzeccati e non forzati, infine, gli interventi di violino, piano
sinth e tastiere elettroniche in alcuni pezzi (“mother make me pray”,
“delight daylight”, “abatement”, in particolare),
episodi che contribuiscono ulteriormente a sottolineare l’ottima
vena compositiva che caratterizza questo esordio degli Encode.
Roberto Baldi
Il Mucchio
Muovendosi saggiamente con lentezza onde evitare eccessi produttivi
che potrebbero penalizzarne la meritoria opera, la Ghost Records continua
ad allargare la visuale sulla “scena di Varese”, interessantissimo
microcosmo sul quale la raccolta “Ghost town: 13 songs from the
lakes county” aveva un anno e mezzo fa offerto una prima significativa
panoramica. Proprio in quel disco avevamo avuto l’occasione di conoscere
gli Encode, che ora forniscono un saggio ben più ampio ed esauriente
delle loro capacità con un album dal titolo suggestivo e in un
certo senso anche indicativo della loro indole espressiva: dodici brani
per un totale di circa cinquanta minuti di musica magnetica ed avvolgente,
sorta di incrocio tra classico indie rock all’americana e psichedelia
non eccessivamente visionaria al quale il canto (in inglese) di Elena
Ceci conferisce un aspetto ancor più intrigante.
Per lo più soffici, ma non del tutto prive di azzeccate spigolosità,
le canzoni del quintetto si snodano dunque in un efficace susseguirsi
di sonorità calde e abbastanza fosche - ma certo profondamente
appassionate, al di là dell’aria di apparente distacco –
che denotano discrete capacità di scrittura, una buona verve di
arrangiamento e una personalità in via di sviluppo.
Doti preziose, che consentono alla band persino di uscire a testa alta
dall’interpretazione di un pezzo “difficile” come il
glorioso “White rabbit” dei Jefferson Airplane.
Federico Guglielmi
Buscadero
Sembra proprio che i ragazzi della Ghost Records di Varese vogliano
continuare a stupirci. Abbiamo ancora nelle orecchie l'eco del nuovo Bartok
e del debutto di Mister Henry (vedi Busca 247) che ora è il turno
di un nuovo esordio, quello degli Encode. Band attiva dal 2000, nata dall'incontro
di musicisti gia attivi con altra band (Nastenka, Frozen Fracture, Enter
K) gli Encode si era già fatti conoscere con Fading Here, pezzo
presente sulla compilation Ghost Town, ma giungono solo ora all'esordio
adulto. Con un suono che si appoggia alle chitarre di Matteo Laudati e
Andrea Monaci (ma che comprende anche violino; piano e piccole dosi di
elettronica) e sulla bella voce di Elena Ceci, gli Encode sono autori
di un rock memore della lezione post, ma lì non semplicemente ancorata
ed anzi venato di un discreto afflato psichedelico e da una propensione
per la melodia, che se non li fa pop, rende comunque legati ad un bella
idea di canzone. Fin dall'iniziale An Addition To The Family, passando
per le evocative atmosfere della citata Fading Here, è tutto un
susseguirsi di intrecci strumentali dall'indubbio fascino, naturalmente
accresciuti dall'ammaliante cantato femminile. A volte i ritmi si fanno
più incalzanti come in Baretta, altre volte è l'aspetto
pop che ha il sopravvento (Vanished), altre ancora assume quasi le forme
di un'acco rata torch song cantautorale (Mother Make Me Pray) o della
ballad pianistica (Delight Daylight). Pur non evitando qualche invettiva
elettrica il sound del gruppo si assesta nei territori di una canzone
malinconica e dai toni avvolgenti. In scaletta è presente anche
una cover dei Jefferson Airplane (la storica White Rabbit), a dire il
vero non imprescindibile. Un bell'esordio e l'ennesima sorpresa dalla
scena di Varese.
I n coda alla recensione del disco degli Encode vi segnalo anche il demo
di un'altra band varesina, anch'essa presente nella famosa compilation,
e che vede tra i suoi componenti Matteo Laudati, qui nel ruolo di bassista.
Si tratta dei Buio Omega, band dedita ad un suono più orientato
verso il post punk
E alle dissonanze chitarristiche. Nel loro CDr propongono due graffianti
brani di cui uno, su testo di Sylvia Plath, intitolato I’m vertical,
è ottimo biglietto da visita per il gruppo, col suo drammatico
crescendo e col cantato sgraziato ma molto efficace di Luigi a dare lustro
al pezzo.
Lino Brunetti
Jam
Spesso capita che la musica per poter andare avanti debba guardarsi
indietro, scavare nella storia e attingere da quella la propria linfa
vitale. Ascoltando questo primo disco degli Encode, band nata nell'autunno
del 2000 coagulando elementi provenienti da diverse formazioni
(Nastenka, Frozen Fracture-ed Enter K), pare di ascoltare un classico
disco post: post rock, post new wave e post psichedelica. Non lo nascondono,
gli Encode, anzi, talvolta dichiarano apertamente di attingere da
ciò che è già accaduto, come nella acidula versione
della mitica White Rabbit dei Jefferson Airplane. Eppure il suono è
nuovo, una sorta di new dark, oscuro ma non così nero, grazie soprattutto
alla voce di Elena Ceci, tra le ultime entrate nel gruppo. È un
suono miscelato, a tratti anche soul, con un groove caldo che riesce a
diradare la penombra nella quale il disco è immerso. Penombra spesso
turbata da scatti di aggressività, come nella potente Before 1
Wake, che ondeggia tra mugugni di chitarra e pause di riflessione.
Delicata -e deliziosa - è Abatement, languida ninna nanna che permette
di apprezzare la bella voce della Ceci. Il suono a volte si dilata fino
quasi a diventare una liquida suite prog, come nell'iniziale An Addition
To The Family, poi si riprende di scatto e ritorna gonfio, con chitarre,
violino e base ritmica a pieno regime. Non mancano fraseggi raffinati
- On My Knees - che infondono una certa grazia a canzoni comunque costruite
a partire da una chiara struttura melodica, talvolta nascosta da evidenti
e dispettose dissonanze.
Voto: 7
Perché: è un gruppo che pesca nel passato ma guarda avanti,
miscelando suoni post con l'entusiasmo di chi sta partendo per un
lungo viaggio. Con una marcia in più: la voce di Elena Ceci.
Ricky Barone
Rock Sound
Siamo davvero felici di constatare come una piccola etichetta, la
Ghost Records, stia rapidamente diventando un punto di riferimento della
scena underground tricolore, anche grazie a uscite interessanti e, soprattutto,
alla politica dei piccoli passi. Così, dopo Bartok e Mr. Henry,
oltre alla compilation che aveva dato inizio a tutto, ecco gli Encode,
ennesima band varesina a debuttare su lunga distanza. E che debutto! Dodici
pezzi eccellenti, guidati da chitarre dal sapore indie o college rock
e da una gran bella voce femminile e che ci ricordano certe atmosfere
alla Television. Una cappa plumbea e dark dona a "Singing through
the telescope" un'aria a volte malsana, come nel caso della suadente
cover di "White rabbit" dei Jefferson Airplane, spogliata del
suo fascino psichedelico. Non mancano ballate chitarristiche più
corpose ("On my knees", la bella "Daylight delight")
a completare un debutto davvero coi fiocchi e che si merita sul serio
un voto alto di incoraggiamento. Con la Ghost, l'appuntamento è
a gennaio per un altro primo passo, quello dei giovanissimi Merci Miss
Monroe.
Stefano Gilardino
Rumore
Che sul lago di Varese si produca buona musica in quantità
non ci sono dubbi. Merito della piccola factory che si è creata,
tra musicisti e addetti ai lavori, attorno alla Ghost Records, che
pubblica, ultimo della serie, l'esordio degli Encode. Dopo due anni
di esperimenti sonori e l'introduzione delle parti vocali la band
ha raccolto le forze per "cantare attraverso il telescopio"
e sentire che effetti produce. Il punto di "codifica" iniziale
- intreccio tra psichedelia (nella tracklist compare anche una cover
di White Rabbit dei Jefferson Airplane), "gioventù sonica",
no-wave e post-rock - è derivativo e "d'importazione",
ma ogni traccia riesce a nascondere spigoli o trappole sonore
inattese. Di approccio affine ai One Dimensional Man - non a caso
il disco è stato lavorato da Gianluca Turrini, fonico ODM - laddove
i veneti avrebbero spinto sull'acceleratore, i varesini preferiscono
tirare il freno, rifugiandosi in chitarre narcolettiche o atmosfere più
tenui, come in Fading Tree, Abatement e Unsubstantial Love.
Stefano Milano
Music Boom
Difficile ascoltare Singing Through The Telescope senza che alla mente
affiorino una serie di immagini, quelle, e non altre. Non che questo lavoro
degli Encode non lasci spazio alla fantasia, ma perché il flusso
che scorre dalle note dei dodici episodi contenuti nell’album tende
a trasportare via l’ascoltatore in un rivolo abbastanza potente
di sentimenti oscuri, come in un gorgo che fa arrivare giù in profondità.
Nulla di male. Anzi, molto di guadagnato visto che ad esser superficiali
ci vuol cosi poco.
Gli Encode sono Matteo Laudati, Andrea Monaci, Marcello Diurni, Marco
Sessa, Andrea Cajelli e Elena Ceci, nascono nel 2000 con una line up un
po’ diversa da quella attuale che non comprendeva la presenza della
voce di Elena e di sintetizzatori ed elettronica. Singing Through The
Telescope è l’esordio dei sei dopo la partecipazione alla
compilation Ghost Town curata dalla Ghost Records con la quale la band
è tuttora legata per la realizzazione di questo cd.
Gli Encode si insinuano in uno spazio sottile lasciato libero da altri.
Avvalendosi dell’equilibrio tra robustezza di alcune parti e delicatezza
di altre si assestano tra le coordinate di un post-rock dilatato e quelle
di uno spleen di matrice più semplicemente rock. In Italia lo stesso
cantuccio è forse condiviso con gli Abarthjour Floreale che, oltre
all’attitudine, hanno in comune con gli Encode la fascinosa e sinuosa
voce femminile. Tumulti interni sedati e trattenuti in An Addition To
The Family, reiterazioni ipnotiche e ritmi cadenzati in On My Knees, i
Mogwai di Like Herod nascosti nella manica in Before I Wake, la dolcezza
fatta canzone di Abatement e Delight Daylight. Tutto questo è Singing
Through The Telescope, un album che nonostante il bisogno di qualche accorgimento
in più in fase di produzione dei suoni -che forse richiederebbero
di esser maggiormente caratterizzati tra un brano e l’altro- e con
qualche episodio in meno che diluisce un po’ troppo il tutto, rimane
comunque un buonissimo lavoro che ci piace ascoltare di notte perché
concilia l’introspezione.
Beatrice Finauro
Music Club
Ancora belle sorprese dalle etichette presenti al M.E.I. di quest’anno.
Gli Encode, recente proposta della Ghost Records, ammaliano con atmosfere
stavolta decisamente oscure, tra il dream pop dei Broadcast, e le sofisticate
favole dei Cranes. Basta ascoltare la trascinante “Daylight Delight”
per perdersi in suggestioni che rimandano ad una generazione di musicisti
come i Cocteau Twins e i This Mortal Coil, perle della londinese 4AD e
che finiscono, inevitabilmente, con lo smentire un titolo che allude alla
luce, ma in questo caso, indirettamente, alla mancanza di essa. La voce
di Elena Ceci sottolinea con tocco delicato lo snodarsi di melodie tese
alla reiterazione ed all’espansione onirica, particolarmente sensuale
e convincente in “Fading Here”. Questa degli Encode è
una prova molto positiva, nell’apparente semplicità di brani
che si arricchiscono con sapienti sottolineature di violino (“Mother
Make Me Pray”), in una gamma di espressione oscillante tra il sussurrato
ed il noise, passando per l’interpretazione vocale classica e confidenziale
di “Unsubstantial Love”. Un lavoro curato e di sicuro interesse,
se non altro per tutti quelli che hanno amato certe produzioni degli anni
Ottanta e pensano che lasciarsi cullare da una voce calda e triste sia
un bel modo per passare il pomeriggio a sognare.
Manuela Bua
Delusion of
Adequacy
My first listen through Encode’s release Singing Through the
Telescope started off pretty nicely. Female-fronted band, with Kristin
Hersh vocal quality, but with a mainstream Gwen Stefani meets PJ Harvey
smoothness; so I was thinking. Then I hit track nine, which started with
a disturbance in the Force, and ended with a full-on Jedi massacre –
a cover of Jefferson Airplane’s “White Rabbit.” What
did I do in my life to disserve that? It’s not even a front to Encode,
but in my eyes, Jefferson Starship has erased, and even negative-fied,
anything the Airplane had ever accomplished.
After immediately stopping the CD player and regaining
my composer a couple days later, I thought maybe the CD info might offer
some insight. Encode, as I discovered, hale from Varese, Italy, and is
on the equally Italian label Ghost Records. This actually explains things
a bit, because up to “White Rabbit,” there was an underlying
strangeness that I couldn’t but my finger on. Kind of like listening
to Bjork for the first time. You know you like it, but, for lack of a
better word, there’s a foreignness that you just can’t figure
out.
There’s such a weird blend of simplisticness to Encode’s songs,
yet with an underpinning of complexity that pops up constantly: from pauses,
speed up/slow downs, and the floating in of keyboards and violin. Vocalist
Elena Ceci going from singing to speaking, and vocals are doubled up here
and there, all with a slightly exaggerated enunciation.
For the most part, the songs on Singing Through the Telescope feature
a seductive mellowness. “Delight Daylight” is so sparse that
it’s basically just vocals and piano. I’m a sucker for the
mellow to driving tempo formula, so I was into “An Addition to the
Family” and “Before I Wake,” which features a distant
and distorted, mumbled vocal track from chitarra (aka, guitar) player
Matteo Laudati. “Vanished” is a nice one that could appeal
to the masses, and “Baretta” must blow away any crowd when
Encode un-holster it for live play.
So don’t be surprised the next time you’re tuning into your
favorite station, or even at the club, and you feel a boot kick you in
the ass. That’ll just be your first taste of the Italian Invasion,
which could very well be lead by Ms. Ceci and the rest of Encode.
Ciao, Baby!
Frank Bridges
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